A COLLOQUIO CON IL COMANDANTE DELL’EVIS CONCETTO GALLO

 

DOCUMENTO STORICO INTERESSANTISSIMO

Da Enzo Magrì, // Mezzogiorno negli anni della Repubblica, Mondo Operaio, Edizioni Avanti!, 1977.

Quasi trent’anni fa la Sicilia combattè la sua guerra di indipendenza contro l’Italia; una guerra della quale ora sono in pochi a ricordare i particolari: una vera e propria guerra con eserciti schierati in campo che culminò in una battaglia campale che venne combattuta il 29 dicembre 1945 nei pressi di Caltagirone, tra l’esercito italiano comprendente cinquemila uomini e l’EVIS, l’esercito dei volontari per l’indipendenza della Sicilia al comando di Concetto Gallo.

Concetto Gallo

 

Pur appartenendo alla nostra storia più recente, si può dire alla cronaca, la vicenda dell’indipendentismo siciliano, che ebbe i suoi morti, è ancora una delle pagine più oscure della nostra vita nazionale.

Forse perché i suoi protagonisti si sono chiusi in uno sdegnato silenzio e hanno lasciato a storici e saggisti il compito di interpretare gli avvenimenti.

Il risultato, però, è stato tutta una serie di nuovi interrogativi. Per esempio: come nacque, realmente, l’indipendentismo? È vero che dietro agli indipendentisti siciliani c’erano poi gli americani che volevano fare della Sicilia la « quarantanovesima stella »?

E ancora: che ruolo ebbe la mafia nelle vicende dell’indipendentismo? E Giuliano? Il bandito Salvatore Giuliano che ruolo giocò nell’esercito siciliano? E, infine, è vero che i Savoia avrebbero voluto fare della Sicilia la loro testa di ponte per riconquistare l’Italia dopo il referendum del 1946?

Per quasi trent’anni queste domande sono state poste a Concetto Gallo, il comandante dell’EVIS, uno dei principali protagonisti dell’indipendentismo. Ma non ha mai voluto dare una risposta. Ora Concetto Gallo, 61 anni, ex-deputato alla Costituente e all’Assemblea siciliana, ha deciso, anche per merito del professor Giuseppe Sambataro, un comune amico, di rifare per L’Europeo la storia di quei tragici avvenimenti cominciando dalla nascita dell’indipendentismo per finire alla battaglia di Piano della Fiera che segnò la fine del suo esercito.

Onorevole Gallo, come e perché nacque l’indipendentismo?

Uno dei primi a riprendere la sua attività a Catania, nell’agosto 1943, fu un famoso chirurgo: il professor Santi Rindone. Tre giorni dopo l’invasione alleata, vale a dire l’otto agosto 1943, Rindone aveva aperto la sua clinica in via Papale. E, cosa strana, quello stesso giorno si registrò un andirivieni di malati straordinario.

Il prof. Santi Rindone, chirurgo catanese.

Era il professore in persona che riceveva gli ospiti, tutti appartenenti alla borghesia catanese. E quando qualche malato non gli garbava rispondeva: « Oggi non visito ». Veramente non erano dei malati. Erano tutti indipendentisti, uomini noti al professor Rindone, con i quali, mesi prima, durante il fascismo, si era incontrato nella sua villa di San Giovanni la Punta, alle falde dell’Etna.

L’antifascismo siciliano, questo purtroppo non è stato mai scritto, fu nella sua stragrande maggioranza indipendentismo. Se in Sicilia il fascismo non aveva incontrato molti entusiasmi, sin dal suo nascere, nel 1922, fu per una sola ragione: perché il fascismo era stato considerato l’ultimo prodotto imposto dall’Italia alla Sicilia: l’ultima stupidità, l’ultima tragica stupidità, che aveva lasciato dietro di sé una scia di sangue e di morti. Ora, quella mattina dell’otto agosto 1943, mentre da Catania transitavano file di carri armati dirette verso Messina, un gruppo di maggiorenti catanesi stava decidendo come fare in modo che il fascismo fosse, veramente, l’ultimo prodotto d’importazione dal Nord.

La soluzione era pronta: l’indipendentismo. Indipendentisti erano quasi tutti i catanesi, aristocratici, borghesi e non. A quella riunione erano presenti tutti gli uomini più importanti della città: Carlo Ardizzone, primo sindaco di Catania, nominato dagli Alleati, che uscirà subito dal Movimento; l’avvocato Ulisse Galante, Franz e Guglielmo duchi di Carcaci, Romeo Perrotta, l’avvocato Nicolosi Tedeschi, Attilio Castrogiovanni, l’avvocato Vito Patti, il professor Cappellani, l’avvocato Gaglio, gli avvocati Giuseppe e Antonio Bruno, e molti, molti altri ancora. C’eravamo, naturalmente, io e mio padre e l’avvocato Gallo Poggi che sarà il sindaco di Catania degli anni Cinquanta, il sindaco che rifiuterà il teatro Massimo a Scelba.

Io non so come gli altri siano arrivati all’indipendentismo. Nella mia famiglia lo si era sempre respirato con l’aria. I Savoia ci avevano rovinato. Un mio avo, luogotenente di Ferdinando di Borbone, era stato costretto, subito dopo l’arrivo in Sicilia di Garibaldi, a fuggire esule a Malta e la nuova amministrazione ne aveva approfittato per confiscargli tutti i beni, compreso Palazzo Gallo, che mio padre riscattò successivamente a rate.

In me, poi, operava, più che negli altri, uno spirito di libertà che era indissolubilmente connaturato con la mia esistenza. Io, per esempio, ho avuto il coraggio, da giovane, di infrangere una tradizione di famiglia secondo la quale ogni Gallo doveva fare il professionista, l’avvocato in particolare. Proprio per uno spirito di indipendenza, proprio per raggiungere un’immediata indipendenza economica mi iscrissi alle commerciali e divenni rappresentante. Da giovane contavo tra i miei amici degli aristocratici con spirito sportivo: il principe di Cerami, corridore automobilista, quel Giovanni Lavaggi, aviatore, che morirà volando verso l’Etiopia con l’esploratore Franchetti e il ministro Luigi Razza. Per parte mia, io mi interessavo di boxe. Vincere una borsa significava avere i soldi per un’altra avventura, per un altro viaggio con gli amici senza doverli chiedere ai genitori. Commercializzavo anche i rapporti familiari. Una volta, ancora studente, scoprii che mio padre, avvocato, pagava cinquanta centesimi per ogni foglio dello studio battuto a macchina. Mi misi d’accordo con lui e le commissioni passarono a me.

Fu questo senso di libertà che mi fece rifiutare il fascismo. In toto: nella sua ideologia e nelle sue mascherate. Finita la guerra, dei quarantaquattro milioni di italiani che avevano applaudito Mussolini nelle piazze non se ne trovò uno solo: tutti martiri del fascismo. Io non fui né martire né fascista.

Le racconto un episodio per darle la misura dei miei rapporti col fascismo. Attorno al 1934 avevo già una piccola azienda abbastanza avviata. Un giorno mi arriva una cartolina che mi impone di presentarmi al gruppo rionale Armando Casalini, che si trovava in via Manzoni, di fronte all’attuale sede della Questura. Mi riceve un caposezione e mi spiega che con quella cartolina volevano diecimila lire.

Disse: « Siccome dobbiamo rinnovare tutto il mobilio della sede, voi siete stato tassato per 10.000 lire ». Con 10.000 lire del ’34 ci si poteva comperare una casa. Dico: « Ma sa lei quanto ci vuole per guadagnare 10.000 lire? ». E lui: « Così è stato stabilito ». Me ne vado. Arriva una seconda cartolina. Poi una terza con scritto: « Ultimo avviso ». Questa volta mi volevano vedere a Palazzo dei Chierici; addirittura il federale.

Il federale di Catania, a quel tempo, era Pietrangelo Mammano, un compagno di scuola di mio fratello, il maggiore. Vado a Palazzo dei Chierici e mi fanno sedere in una sala. A un certo punto arrivano due militi armati di moschetto, mi si mettono ai lati e così entriamo nell’ufficio del federale. Io dicevo tra me e me: « Ma che, sono scemi? Ma dove mi devono portare, alla fucilazione? »

Dicevo che entriamo nell’ufficio del federale. Pietrangelo Mammano è seduto dietro a un grande tavolo: il gomito appoggiato sul tavolino; la mano destra a visiera.

Entrando dico: « Ciao, Piero ». Ma lui subito: « Questa cartolina è indirizzata a voi? ». Prima di rispondere domando: « Ma scusa, Pietro, non ce ne sono sedie qui? ». E lui, alzando il tono della voce: « Ho detto, questa cartolina è indirizzata a voi? ». Rispondo: « Sì, quella cartolina è indirizzata a me ». Dice: « E allora perché non vi siete presentato? ». Mia risposta: « Perché siccome c’è scritto ultimo avviso, pensavo che dopo questa cartolina non ne sarebbero più arrivate ».

« Fuori », fa lui. E mi sbattono fuori. Poi mi deferiscono alla commissione di disciplina ma non verrà preso alcun provvedimento perché mio padre, avvocato civilista, fa rilevare ai componenti la commissione che non potevano darmi alcuna sanzione per il semplice motivo che non essendo io un loro iscritto non potevo essere giudicato da nessuna commissione.

È per questo clima, vede, che qui in Sicilia matura l’antifascismo; un antifascismo che si accentua a mano a mano che ci si avvicina alla guerra. Inizialmente questo antifascismo è dei più vari colori, come nel resto d’Italia: socialista, comunista, liberale. Poi, l’atteggiamento di Badoglio e il proclama di Roatta che parla di « italiani e di siciliani fedeli », fedeli come i cani, fanno coagulare l’antifascismo attorno all’indipendentismo siciliano.

E la culla dell’indipendentismo catanese è Villa Rindone, a San Giovanni La Punta, dove l’illustre chirurgo, exdeputato al Parlamento prefascista, è sfollato nel 1943. Rindone e tutti gli altri, compreso me, erano già convinti, nel 1942, che la guerra fosse perduta e che bisognasse pensare a un nuovo assetto politico per la Sicilia. Vede, si aveva la sensazione che la catastrofe della guerra fosse uno di quei ritorni storici in seguito ai quali i popoli che erano stati asserviti ne dovevano approfittare.

E questa sensazione, voglio dire l’idea dell’indipendenza, si diffonde rapidamente. Solo più tardi sapremo che un gruppo di giovani si riuniva, contemporaneamente a noi, e indipendentemente da noi, nella chiesa della Mercede parlando degli stessi temi che venivano dibattuti dai maggiorenti in casa Rindone.

Andrea Finocchiaro Aprile

Così come scopriamo che nell’altro versante dell’isola, Andrea Finocchiaro Aprile, ex-deputato radicale al Parlamento prefascista, uomo eccezionale, di grande prestigio e di onestà, stava operando per l’indipendentismo insieme con Lucio Tasca, primo sindaco di Palermo. Antonino Varvaro e altri. Era stato proprio nel precedente mese di luglio, all’entrata degli americani a Palermo, che Finocchiaro Aprile aveva fatto un proclama e aveva scritto a tutti i suoi ex-colleghi deputati siciliani al Parlamento prima di Mussolini proponendo una lotta politica per l’indipendenza.

Il fatto è, vede, che noi siamo stati afflitti da due cose: da un pugno di traditori che ci hanno abbandonato al momento delle battaglie decisive e dall’ignavia che ha lasciato agli altri il compito di scrivere per nostro conto. E gli altri hanno scritto menzogne.

Ad ogni buon conto, lasciamo le digressioni. Dicevo che l’otto agosto 1943 gli indipendentisti catanesi si riuniscono in casa Rindone. Non c’è niente da dibattere. Tutto era stato dibattuto nei mesi precedenti. E così da casa Rindone esce un manifesto con le firme di tutti i presenti: è l’atto costitutivo in Catania del Movimento per l’indipendenza della Sicilia. Ed è con una copia di questo manifesto che io e un giornalista, Concetto Battiate, partiamo per Palermo per prendere contatto col padre spirituale dell’indipendentismo: Andrea Finocchiaro Aprile. Quando lo incontro è in casa del genero, Frasca Polara. Finocchiaro Aprile ha sulle spalle un impermeabile del genero e si sta friggendo due uova su una spiritiera. La sua unica ricchezza sono tre discorsi: i cosiddetti « discorsi dell’Aurora » che io porto a Catania. Un paio di giorni dopo, il 9 dicembre 1943, Andrea Finocchiaro Aprile fonda ufficialmente a Palermo il Movimento.

L’ufficiale della divisione Sabauda fendette la folla dei danzatori e si avvicinò alla coppia che stava al centro della sala.

Il dancing era a Guardia-Ognina, una borgata alla periferia di Catania. Era uno dei primi balli dopo i triboli della guerra. Era presente anche il prefetto Fazio, nominato dagli inglesi. Impettito e tracotante, l’ufficiale fermò i due danzatori: erano l’avvocato Antonio Bruno e la sorella. L’avvocato Antonio Bruno portava all’occhiello il distintivo della Trinacria: le tre gambe e la faccia di donna.

« Si tolga quel distintivo », disse l’ufficiale all’avvocato.

« Io non tolgo niente », rispose l’avvocato Bruno.

La musica cessò e tutti gli occhi furono rivolti al centro della sala. Compresi quelli del prefetto Fazio nominato dagli alleati.

« Si tolga quel distintivo oppure esca fuori », tuonò ancora l’ufficiale della Sabauda.

« Io non mi tolgo il distintivo e non esco fuori », replicò l’avvocato indignato.

« Allora lei è un vigliacco », concluse l’ufficiale.

A quelle parole l’avvocato Bruno lasciò la sorella e uscì con l’ufficiale. Seguì lo svenimento della sorella dell’avvocato Bruno, e un putiferio durante il quale l’ufficiale staccò dall’occhiello la Trinacria al giovane avvocato.

Io non c’ero a quella festa. Ma lo seppi una mezz’ora più tardi. Furente come potevo essere furente in quegli anni, andai a cercare subito il giornalista Concetto Battiato e tentai di fare aprire una tipografia. Impossibile. Allora, sempre con Concetto Battiato, recuperai una macchina da scrivere e in due ore battemmo cento copie di un cartello di sfida a tutti gli ufficiali della divisione Sabauda.

Affiggemmo copie di quel cartello, di notte, davanti al comando della divisione e sui muri della città. E siccome era l’ora in cui tornavano le pattuglie di ronda, disarmammo tutte le pattuglie che incontrammo. Poi andai a casa e attesi pazientemente al telefono.

Ma non chiamò nessuno.

La guerra al Movimento era già stata dichiarata dal governo Badoglio prima e dal governo Bonomi dopo. Il 28 gennaio 1944 gli alleati avevano consegnato la Sicilia al governo provvisorio italiano e, per prima cosa, l’Italia, il pezzo d’Italia libera, aveva deciso di frustrare con tutti i mezzi a disposizione l’indipendentismo nascente in Sicilia. Qualcuno ci abbandona, come Guarino Amelia, che il venti di gennaio 1944 è latore di un manifesto di Andrea Finocchiaro Aprile a Catania, e sette giorni dopo partecipa al convegno dei comitati di liberazione a Bari.

Ma il movimento non solo è forte. Cresce e si moltiplica. E rapidamente si scontra col potere italiano rappresentato dalla divisione Sabauda mandata apposta per reprimere ogni velleità di indipendentismo.

Gli episodi sono degni dei Vespri. Quello con l’avvocato Bruno è uno di quelli incruenti. Ma scorre anche il sangue. Un nostro iscritto che affigge un manifesto in via Etnea viene fatto segno a un colpo di fucile che gli sfiora il giubbotto. Un altro, il fratello del primo, viene colpito da una fucilata al petto e sopravvive. A quest’ultimo episodio sono presente anch’io: sono armato e comincio a sparare in aria in piena via Etnea per creare panico.

Movimento e autorità locali arrivano ai ferri corti. Noi indipendentisti catanesi costituiamo legalmente il Movimento per l’indipendenza siciliana e mandiamo una copia del verbale alle autorità con un poscritto di Romeo Perrotta, segretario provinciale del Movimento. Poscritto nel quale si precisa che si tratta di una pura e semplice notifica alle autorità ma in quanto autorità locali e non come rappresentanti dello Stato italiano col quale noi non vogliamo avere nulla a che spartire.

Il potere, costituito da poco sotto l’egida del governo di Bari, si vendica con l’ostruzionismo. Finocchiaro Aprile viene a Catania per tenere un discorso ai catanesi. Chiediamo un locale dove riunirci. Ma il locale ci viene negato sfacciatamente. Allora alziamo l’ingegno. Uno di noi possiede un grande palazzo adibito a scuola privata. Sloggiamo la scuola privata, organizziamo due piani, installiamo gli altoparlanti e Andrea Finocchiaro Aprile può parlare. Al comizio fa seguito un duro scontro con i nostri avversari « in borghese », con quelli del Movimento unitario italiano capeggiati dal principe Borghese, fratello di Valerio Borghese, che aveva sposato la figlia del principe di Manganelli.

Per tutto il 1944 Catania è in fermento. Ma non soltanto per il separatismo. C’è la fame e c’è soprattutto il potere centrale che manifesta la sua presenza con un atto odioso: la chiamata alle armi.

Ed ecco i due motivi che determinano i più gravi fatti di quel periodo in città: fatti che vengono attribuiti dal governo centrale all’indipendentismo, il quale mi creda, adesso potrei anche dirlo, era completamente estraneo.

L’assalto al municipio di Catania che si disse provocato dagli indipendentisti, ed io fui processato ed assolto per inesistenza di reato, fu, invece, causato da una serie di circostanze. Il sindaco, Carlo Ardizzone, prima indipendentista e poi transfuga perché fatto sindaco dagli alleati, aveva promesso ai pescivendoli l’abbattimento del calmiere. Ma a questo proposito il prefetto, che aveva ricevuto ordini con-trari dall’alto, fu irremovibile. Il calmiere non si poteva eliminare. Una commissione di pescivendoli che chiedeva udienza al sindaco venne respinta e la circostanza creò terribili malumori tra la categoria che prese a sostare per quasi tutto il giorno davanti a piazza del Duomo. Più tardi dai quartieri più popolari arrivò una turba di ragazzi che forzò le finestre del comune, e penetrò negli uffici. Poi accadde che prese fuoco una tendina e tutto andò per aria. Io assistetti ai moti da un balcone, nel palazzo dove aveva sede il movimento. E con me c’era Finocchiaro Aprile, casualmente a Catania per una riunione. Qui non ci furono morti.

Il morto, invece, ci scappò in piazza San Domenico davanti al distretto, più tardi, quando una moltitudine di giovani si assiepò davanti al portone per protestare contro le cartoline precetto. Erano quasi tutti universitari che avevano già patito, in borghese, i disastri della guerra. A un tratto da una feritoia del portone spuntò la canna di un moschetto dalla quale partì un colpo che uccise un giovane.

Io stesso vidi una cosa orrenda. Transitando alcuni minuti dopo il fatto dalla piazzetta, vidi un militare che raccoglieva da terra un pezzo di carne insanguinata servendosi di una baionetta. Era il cervello spappolato del giovane.

Ecco, vede, era in quel clima che agiva il Movimento per l’indipendenza della Sicilia. Un clima di rancore contro il potere, contro l’Italia. E questo rancore faceva moltiplicare il numero dei nostri aderenti e le nostre sedi. E ci dava coraggio di compiere certi gesti.

Come quando esponemmo la bandiera siciliana, rossa e gialla, dal balcone della nostra sede in via Etnea.

E il 15 ottobre 1944. Immediatamente veniamo denunciati all’autorità giudiziaria.

Il processo venne celebrato al vecchio Palazzo dei Tribunali. Gli imputati siamo tre: io, l’avvocato Gaetano Romeo e il professore Santi Rindone. Il processo non dura che pochi minuti: il pretore, un nostro amico e simpatizzante, ci assolve « per non luogo a procedere ».

È il nostro trionfo.

Non si meravigli che un pretore fosse nostro amico. Ripeto che a Catania, in Sicilia, costituzionalmente e concettualmente, non c’era professionista, avvocato, ingegnere, medico che non fosse un indipendentista. Molti che hanno militato e militano in certi partiti erano con noi, dentro di noi. Dicevo che c’erano alcune tendenze ideologiche, tanto è vero che successivamente nacquero il Partito comunista siciliano, aderente al MIS, e il Partito repubblicano con Rindone presidente; ma prima di tutto c’era il Movimento per l’indipendenza. Il nostro impegno, l’impegno di tutti era, in primo luogo, quello di rendere indipendente la Sicilia. Ottenuta l’indipendenza, la Sicilia avrebbe scelto, attraverso un referendum, la forma di governo che avrebbe retto il paese.

Ed è questa idea che, praticamente, emerge dal primo congresso, che viene tenuto il 28 dicembre 1944 all’hotel Belvedere di Taormina.

Anche a Taormina non ci vollero dare un locale. Io però, mi misi in giro e trovai un albergo semidiroccato, il Belvedere. Pavesai una sala con i drappi giallo e rosso avuti in prestito da un addobbatore di chiese, coprimmo i muri malridotti dell’edificio e lì tenemmo il nostro primo congresso: 28 dicembre ’44.

La mattina del 17 giugno 1944, i reali carabinieri ammazzano tre persone nei pressi di Randazzo, a una quarantina di chilometri da Catania. In quel periodo i conflitti a fuoco tra banditi e forze dell’ordine sono all’ordine del giorno. Il centro della Sicilia è popolato da bande armate che rapinano, depredano, uccidono. Ogni tanto qualche banda incappa nelle pattuglie della polizia e qualcuno resta sul terreno.

Quei tre, però, non erano dei banditi di « passo »: erano le prime gloriose vittime dell’indipendentismo siciliano. Erano Antonio Canepa, comandante dell’EVIS, l’esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia, e due suoi uomini: Carmelo Rosano e Francesco Lo Giudice.

Quella è la prima volta che la gente, il mondo, sente parlare dell’EVIS, dell’esercito per l’indipendenza della Sicilia. L’EVIS, del quale diventerò il comandante, è una creatura di Canepa.

Non si può spiegare l’EVIS se non si spiega prima Canepa. Canepa, palermitano, trentotto anni quando viene ucciso, è un professore di dottrine politiche all’università di Catania. Non è un personaggio oscuro. E un uomo irrequieto da sempre. Comincia nel 1932 organizzando una « marcia su San Marino » insieme col fratello, fatto per il quale viene condannato a morte dalla Repubblica, e finisce sinceramente antifascista, ideologicamente di sinistra e indipendentista. È lui infatti che durante la seconda guerra mondiale, esegue alcuni atti di sabotaggio sui treni, atti di sabotaggio che culminano in un temerario attentato all’aeroporto militare di Gerbini, nei pressi di Catania.

Antonio Canepa fa capo al MIS palermitano, ma ha una visione veramente globale e geniale del Movimento. Perché alla profonda cultura umanistica e politica assomma anche il coraggio e l’intraprendenza di un vero esperto di sabotaggio.

E proprio perché meglio di tutti riesce a sintetizzare l’aspetto politico e strategico del Movimento, si convince di un fatto assolutamente ineccepibile: della necessità di creare un movimento armato che affianchi la parte politica dell’indipendentismo.

In sostanza Canepa capì quello che non avevano capito tutti gli altri: che il Movimento, schieratosi su posizioni legalitarie, sarebbe corso verso la sua distruzione se non avesse costituito un organismo armato atto non soltanto a tutelarlo, atto non soltanto a rintuzzare la forza con al forza, ma a mettere le grandi potenze davanti al fatto compiuto con un evento eclatante.

Al congresso di Taormina era già venuta fuori questa tendenza. E il dibattito che ne era seguito non aveva trovato tutti d’accordo. Naturalmente non bisogna dimenticare che in mezzo a noi c’erano i « traditori » e coloro i quali, mentre discutevano di Sicilia e di indipendenza, stavano con gli occhi e con le orecchie vigili al Nord, alla piega che stavano prendendo le cose nel continente.

Va detto che, per mantenere la faccia pulita al Movimento, era stata creata la Lega giovanile, con presidente nazionale Guglielmo di Carcaci, la quale, sul piano pratico, tattico, strategico, si era arrogata una certa libertà d’azione. Ma la Lega giovanile non bastò. La repressione diventava ogni giorno più dura. Le sedi venivano devastate da quelli del MUI, Movimento per l’unità d’Italia, e chiuse dai carabinieri reali. Allora, proprio dalla Lega giovanile venne fuori la Guardia alla bandiera, dalla quale doveva scaturire il vero organismo armato del Movimento per l’indipendenza della Sicilia. E il 15 febbraio 1945 io ne divento il comandante per Catania.

Naturalmente noi non sapevamo quello che stavano facendo le quattro potenze a Yalta. Il nostro convincimento era che gli alleati guardavano di buon occhio questo movimento. E tale convincimento nasceva da un dato di fatto e da due episodi di cui sono stato personalmente protagonista.

Il dato di fatto: lei sa benissimo, e se non lo sa glielo ricordo io, che quando arrivarono in Sicilia gli alleati distribuirono un manifestino nel quale si chiedeva ai siciliani se erano per un plebiscito circa l’indipendenza della Sicilia. E non ci fu un siciliano che non disse di sì.

Uno degli episodi, che mi riguarda personalmente, è questo. Mentre ero in clandestinità, a Palermo, incontrai un personaggio dell’Intelligence Service, un uomo di grande prestigio, tuttora in vita. Ebbene, parlando con questo personaggio io cercai di sondare l’opinione inglese a proposito dell’indipendentismo per il quale noi stavamo combattendo. Lei sa come parlano gli inglesi. Può immaginare come parla un inglese che fa parte dell’Intelligence Service.

Ebbene, senza alcun giro di parole quest’uomo, che, ripeto, è ancora vivo ma di cui non posso fare il nome, quest’uomo inglese comincia a parlare della tradizionale amicizia tra Sicilia e Inghilterra, di Nelson e così via. Poi continua, e dice pressappoco: « Sa, evidentemente noi stiamo con l’occhio molto vigile sui movimenti come quello in cui lei opera. Siamo molto vigili soprattutto qui in Sicilia tenuto conto della posizione dell’isola. Un nostro intervento, un intervento dell’Inghilterra e dell’America, può tuttavia essere giustificato a una condizione: che ci sia un fatto, qualcosa di irreversibile che possa giustificare una nostra presa di posizione ».

Il discorso mi sembrò chiarissimo. Dunque, anche se noi, se io non avevo preso accordi ad alto livello, anche se io ero all’oscuro di accordi tra i capi del Movimento e alleati, accordi che, credo, non ci siano mai stati perché se no Andrea Finocchiaro Aprile me ne avrebbe messo al corrente, anche se io, dunque, non ero ufficialmente informato di accordi tra alleati e indipendentisti, quello mi sembrò, mi parve, un incoraggiamento.

L’altro episodio glielo narrerò più avanti.

Dicevamo, dunque, di Canepa. È quindi Canepa che, forzando alcune posizioni di legalitarismo, costituisce l’EVIS, l’esercito, e decide la dislocazione dell’esercito nella zona di Cesarò, che è al confine con due province e che si trova circondata di boschi. Le divise vengono improvvisate con materiale americano acquistato al mercato nero. Quanto alle armi, non possediamo che quelle che avevamo tolto ai militari della Sabauda al tempo della sfida e alcuni mitra e fucili che Canepa aveva recuperato presso un contadino che venne minacciato di fucilazione se non li avesse consegnati. Proprio così. Canepa sapeva che il contadino possedeva queste armi. E quando l’uomo negò, lui ordinò a due suoi uomini di scavare una fossa e di fucilarlo. Naturalmente il contadino ci diede tutto.

Ma l’esercito di Canepa non combatte nessuna battaglia. Perché il comandante dell’EVIS venne ucciso in un agguato dai carabinieri reali, la mattina del 17 giugno 1945.

L’avevo visto la sera precedente, il sedici. Doveva andare a Francavilla per recuperare un certo contingente di armi. Per conto mio avrei dovuto acquistare un certo numero di divise americane che dovevano servire per « vestire » le giovani reclute dell’EVIS.

Il 17 giugno, mentre sto per lasciare Catania, ricevo una telefonata da Guglielmo duca di Garcaci, comandante della Lega giovanile e comandante generale dell’EVIS. Mi dice: « Hanno ammazzato Canepa. Non ti muovere. Ti verrò a prendere io ».

Partimmo insieme verso Cesarò e ci rifugiammo nella ducea di Wilson, presso Bronte. Trascorsi alcuni giorni, arriva un’automobile. Alla guida c’è un ammiraglio della marina degli Stati Uniti. Accanto una bella signora. Dietro, Guglielmo di Garcaci con in testa un cappello da commodoro. Entro in fretta e furia nell’automobile, m’infilo una giacca da ammiraglio degli Stati Uniti, metto in testa il berretto da commodoro e l’automobile s’avvia. La città è circondata da polizia e carabinieri. Un vero presidio con posti di blocco ovunque. Ovunque uomini e barriere che si alzano solo dopo che la polizia ha controllato i documenti di chi vuole lasciare la città. Noi arriviamo al posto di blocco di Ognina. L’ammiraglio si fa riconoscere e la pattuglia dei carabinieri ci fa un perfetto saluto aprendo la barriera.

Ecco, questo è il secondo episodio che mi diede personalmente la misura della simpatia che il Movimento godeva presso gli alleati.

E infatti la sera stessa, dopo una sosta con colazione a Taormina, giungeremo a Palermo, dove, insieme col duca di Carcaci, saremo ospiti a Villa Wittinger, che era la sede del comando alleato in Sicilia. Sarà lì a Villa Wittinger che incontrerò l’uomo dell’Intelligence Service inglese, il personaggio che darà con le sue allusioni una conferma tangibile alle supposizioni che avevo fatto durante il tragitto da Catania a Palermo. Carcaci mi aveva detto che il merito di quel passaggio sull’auto dell’ammiraglio spettava alla nobildon-na siciliana che aveva fatto il viaggio con noi. Un fatto di galanteria? Probabile. Ma l’ammiraglio galante doveva essere sicuro che, qualora la cosa fosse stato scoperta, lui non aveva nulla da temere.

In sostanza, si sentiva coperto.

« Chi vi manda qui? », domandò il giovane.

« Mi chiamo Concetto Gallo, sono indipendentista, il comandante dell’EVIS », risposi. E aggiunsi: « E voi chi siete? »

Salvatore Giuliano

Rispose: « Giuliano sono. Salvatore Giuliano ».

Eravamo a Ponte Sagana, sulla strada Palermo-Trapani, un giorno del mese di agosto 1945.

Era la prima volta che vedevo Salvatore Giuliano.

Morto Antonio Canepa, ucciso a Randazzo, in un agguato dei carabinieri, l’EVIS era rimasto senza comandante. A Palermo dove ero stato accompagnato dall’ammiraglio americano, cominciai a prendere i contatti con tutti gli indipendentisti. Dopo essere rimasto due giorni a Villa Wittinger mi trasferii in casa dell’avvocato Sirio Rossi, un socialista indipendentista che allora abitava nella zona dell’Uditore, una zona nella quale alle sei di sera non si poteva già uscire.

Gli accordi di Yalta, avvenuti nel febbraio precedente, avevano già determinato alcuni ripensamenti fra le nostre file. Era già rientrato Togliatti dalla Russia; c’era già il governo di Parri; i partiti si erano ricomposti. E tra noi erano cominciate le incrinature.

La riunione decisiva venne tenuta nella villa di Lucio Tasca, già sindaco di Palermo, a Mondello. Una parte degli indipendentisti era per il mantenimento della legalità e per la definitiva rinuncia a un’operazione armata. L’altra era per la ristrutturazione dell’esercito e per la lotta clandestina fino a quando non avessimo ottenuto l’indipendenza. Io cer co di rompere gli indugi. Chiedo che non soltanto venga ricostruito l’EVIS ma che tutti i presenti s’impegnino a firmare un documento nel quale si giuri solennemente di non cedere. Antonino Varvaro fa l’inferno. Non vuole. La riunione s’interrompe. Mi affaccio per prendere una boccata d’aria con Finocchiaro Aprile e altri. Dico: « Tra di noi c’è un traditore ». « Chi è? » mi domandano. Dico: « Varvaro ». Torniamo in sala: le proposte sono due: rafforzamento della Lega giovanile e scioglimento dell’EVIS, una; l’altra e, la mia, lotta armata. La riunione si scioglie prima che venga presa una decisione.

L’indomani espongo a Lucio Tasca la mia idea di parlare con Giuliano, al fine di garantirci nella eventualità di una sistemazione dei giovani dell’EVIS nella sua zona. Tasca ride: « Sì ora fai il numero di telefono e ti risponde Giuliano ». Lo lascio e insieme con Guglielmo di Carcaci facciamo un giro nelle sezioni alla ricerca di un contatto utile a fare arrivare un messaggio a Giuliano.

Un paio di giorni più tardi mi indicano la zona dove opera Giuliano. Ponte Sagana. E parto. In auto siamo in quattro: io, Guglielmo di Carcaci, Stefano La Motta, il corridore automobilista, e un certo Pietro Franzoni. Arrivati a Ponte Sagana, in base alle indicazioni avute, dico loro di fermarsi, di lasciarmi, di ripartire e di ritornare due giorni dopo. M’incammino e dopo mezz’ora mi incontro con Giuliano.

Giuliano è solo. Non è vero che andasse sempre circondato dai suoi uomini. Agiva sempre da solo. L’intesa è quasi immediata. Lui dice di conoscermi « di fama ». A poco a poco si raggiunge la completa fiducia reciproca. Tanto è vero che a un certo punto della notte mi dice: « Ora io dormo un’ora e vossia fa la guardia. Poi, quando io mi sveglio, si appisola vossia ». E mi da il mitra. Poco dopo sento un rumore, lo sveglio ma lui, sicuro, fa: « Vossia non si preoccupi: dev’essere stata una lepre ».

Di che cosa parliamo con Giuliano? Per la verità all’inizio ho parlato soltanto io. Ho fatto quello che si dice l’indottrinamento. Cerco di spiegargli, con parole acconce, in modo che lui le potesse capire, che cosa aveva rappresentato l’Italia, l’unità, per la Sicilia. E comincio sin dai tempi di Verre. I saccheggi, le spoliazioni, le distruzioni, le amarezze. Gli porto altri esempi: « Hai mai sentito parlare dei cantieri Florio? Ebbene quei cantieri furono chiusi quando, con l’unità d’Italia, l’industria cantieristica di Florio divenne la Florio-Rubattino ». E lui: « Ah, sì ». « Esisteva in Sicilia una grande industria di ceramica che aveva 400 operai. Quell’industria venne acquistata dalla Ginori e subito chiusa. Garibaldi? Anche Garibaldi tradì i siciliani ».

Alla fine lui mi fa: « Ma allora che cosa ci hanno insegnato? ».

E io: « II falso ».

Poi gli dissi lo scopo della mia visita. Io avevo cioè da sistemare i giovani dell’EVIS rimasti sbandati dopo l’eccidio di Randazzo e la morte del comandante Canepa.

Naturalmente si parlò anche di operazioni. Io ero propenso per un allargamento della lotta nella zona occidentale. Lui rispose: « Qui no ». E mi spiegò le ragioni. Che erano queste: trattandosi di zone brulle sarebbe stato difficile un vero e proprio rifornimento per l’esercito. Infatti lui, di problemi, sotto questo profilo, non ne aveva in quanto la sua banda si riuniva solo occasionalmente; per il resto, infatti, gli elementi di Giuliano vivevano come pacifici contadini.

Quindi lì, a Partinico, no. Per il resto la collaborazione sarebbe stata stabilita caso per caso. È assolutamente falso, ignobilmente falso, che io abbia promesso a Salvatore Giuliano la immunità per tutto quello che aveva commesso. È falso perché sarebbe stato sciocco, stupido, controproducente fare una simile promessa. A un certo punto di quelle quarantotto ore in cui noi due siamo stati insieme mi raccontò la sua vera storia. E fu alla fine di quel racconto che io gli dissi questo: « Senti, Turiddu, io non ti posso promettere nulla. O perlomeno non molto. Ma questo che ti dico te lo posso promettere, sono autorizzato a prometterlo anche a nome degli altri i quali, se io domani dovessi morire, manterranno la mia parola. Io ti prometto che, se tu in questa lotta ti comporterai bene, dimenticando tutto il resto e guardando all’ideale dell’indipendenza, soltanto a quello, ti prometto che se vinceremo noi avremo una giusta considerazione per te e tu sarai giudicato per quelle che sono le tue vere colpe ».

Era un discorso tra uomini. Onesto, tra due latitanti. Gli avevo detto, infatti: « Vedi, tu sei qua sopra le montagne per i tuoi motivi; noi siamo sulle montagne per altri motivi. Noi potevamo stare benissimo nelle nostre case. Invece abbiamo deciso di batterci per un ideale di libertà e di indipendenza. Libertà e indipendenza che se la Sicilia avesse avuto prima, avrebbero inciso sul suo sviluppo economico e, certamente, tu, oggi, non saresti qui, in questa situazione ».

Con Giuliano, dunque, cercai di trovare un’intesa su un ideale e non una complicità mafiosa. Certo, molti hanno parlato di rapporti tra indipendentismo e mafia. E i rapporti ci furono indubbiamente. Ma furono rapporti cercati più dalla mafia che dagli indipendentisti.

E mi sembra anche abbastanza logico per un paese come la Sicilia. Inizialmente, è vero, la mafia, ma la mafia di Vittorio Emanuele Orlando, la mafia che cercava il potere, fu tutta con noi. Era stata debellata da Mussolini, dal prefetto Mori e con l’invasione alleata cercò di ricostruire le sue fila e cercò di inserirsi nell’area del potere.

È vero. All’inizio fu con noi. Chi era, infatti, il cavallo vincente tra il 1943 e il 1945? Naturalmente il Movimento per l’indipendenza della Sicilia. E, infatti, arrivarono tra le nostre file. Poi quando si ricostruirono i partiti, quando la conferenza di Yalta spartì ufficialmente il mondo e americani e inglesi, sicuri che l’Italia sarebbe appartenuta al mondo occidentale, lasciarono il Movimento a se stesso, la mafia capì quello che avevano capito anche alcuni degli indipendentisti traditori: che il potere, il vero potere sarebbe stato esercitato da altri partiti, non dal Movimento. E ci abbandonarono.

Ecco perché le dicevo che i rapporti con Giuliano furono per una intesa sul terreno dell’indipendentismo e della lotta clandestina.

Dopo quarantotto ore di colloqui a quattrocchi, Giuliano mi accompagnò a Ponte Sagana. Ci stringemmo la mano e ci salutammo. « Chi tocca a vossia, mori », mi disse, e ci abbracciammo. Era commosso. Non dimenticherò mai quegli occhi. Non lo avrei mai più visto. Giù vicino al ponte c’era già l’automobile con Carcaci, La Motta e Castrogiovanni che mi attendeva. Montai in automobile e rientrai a Palermo. Un paio di giorni più tardi lascio Palermo e mi sposto a Caltagirone, a San Mauro di Sotto, dove c’era una proprietà che apparteneva a mia moglie e dove io avevo collocato le nuove forze dell’EVIS; una sessantina di giovani di ogni parte della Sicilia, in maggior parte messinesi, con le divise dell’EVIS. Giovani che mantenevo io, con i soldi che riuscivo a ricavare dalla vendita dei prodotti della proprietà di mia moglie. Perché, di finanziamenti, il MIS e l’EVIS non ne ebbero mai. I finanziamenti erano rappresentati dai contributi che ciascuno di noi pagava. Piccoli contributi di danaro e grandi contributi di sangue.

Cippo eretto da Concetto Gallo a memoria della Battaglia di Monte San Mauro del 29 dicembre 1945

Cippo eretto da Concetto Gallo a memoria della Battaglia di Monte San Mauro del 29 dicembre 1945

Ed è proprio col sangue che finisce questa avventura. Proprio a San Mauro di Sopra, al Piano della Fiera, dove la mattina del 29 dicembre 1945 l’esercito sostiene la sua prima e ultima battaglia.

 

La prima e l’ultima battaglia combattuta tra siciliani e italiani, tra Sud e Nord, cominciò il 29 dicembre 1945 sul Piano della Fiera, a pochi chilometri da San Mauro di Sopra, nei pressi di Caltagirone.

I siciliani erano una sessantina, sotto il mio comando: morto Canepa, come ho detto, io ero diventato il secondo comandante dell’EVIS sotto il nome di Secondo Turri.

Gli italiani erano oltre cinquemila ed erano sotto il comando di cinque generali. Con loro avevano un aereo da ricognizione, cannoni, mortai, fucili, mitra e carri armati.

Anche la battaglia, come del resto ogni altro episodio che ci interessava, in quei giorni fu preceduta da un tradimento, il solito tradimento all’italiana. Alla morte di Antonio Canepa erano seguiti il riordinamento del nostro esercito sotto la mia guida e tutta una serie di collegamenti tra cui quello da me operato con Giuliano. Lo scontro decisivo, però, tardava a venire e di questo ne avevano approfittato le due parti, indipendentisti e governo centrale, che nel 1945 era ormai insediato a Roma, per risolvere sul piano politico la questione dell’indipendenza siciliana.

Nella seconda metà del 1945, mentre io mi trovavo nella clandestinità sulle montagne attorno a Caltagirone, alcune componenti politiche dell’indipendentismo avevano preso contatto con esponenti dell’Italia per la ricerca di una soluzione pacifica che escludesse o che evitasse lo scontro armato. E in effetti qualcosa di sostanziale riuscirono a ottenere. Un giorno qualcuno mi avvertì che mantenessi calmi i miei uomini perché qualcosa a Roma si stava muovendo in senso molto favorevole a noi. E in effetti, all’incirca verso il mese di novembre del 1945, il ministro degli Interni di allora, Giuseppe Romita, inviò, espressamente, un aereo militare a Catania con il compito di portare a Roma una rappresentanza dell’indipendentismo.

Su quell’aereo si imbarcarono alcuni esponenti prestigiosi del MIS. C’erano l’onorevole Bruno di Belmonte, mio padre, Ulisse Galante, Giuseppe Bruno e l’avvocato Pontetoro. Riunitasi a Roma insieme con altri elementi del MIS, la commissione presentò a Romita un progetto di armistizio che prevedeva il rientro nella legalità di tutti i giovani dell’EVIS, la libertà di parola, la riapertura delle nostre sedi, e così via. Romita fu largo di promesse. Promise anche il riconoscimento di una bandiera siciliana, la bandiera giallo-rossa con una coccarda tricolore, ma i più intransigenti indipendentisti saltarono per aria « No, la coccarda no », dissero sdegnati. Fu mio padre, con molto buon senso, che accettò la proposta. « Ma sì », disse. « La coccarda tricolore nella bandiera siciliana può andare benissimo », concluse. A questo colloquio ne seguirono, tra Palermo e Roma, alcuni altri nei quali, sia pure non ufficialmente, ci si occupava del problema del fatto compiuto: vale a dire dell’esistenza dell’EVIS, del destino degli uomini che erano finiti nella clandestinità. Accordi precisi non ne vennero fuori. Si stabilì a un certo punto che una volta entrato in vigore quella sorta di statuto tutto dovesse ritornare come prima, che gli uomini sarebbero scesi dalle montagne, avrebbero deposto le armi e « in un modo o nell’altro sarebbe stata trovata una soluzione ».

Era questa soluzione che io stavo aspettando nella prima metà del mese di dicembre 1945 sulle montagne di Caltagirone. I messaggi che mi venivano dal Movimento erano improntati al migliore ottimismo e invitavano, costantemente, a non « creare disordini ». Per questa ragione, vale a dire per non turbare i « pour parler » in corso con errori, bloccai a Nicosia e a Pietraperzia una colonna di circa duecento giovani che doveva ricongiungersi al mio gruppo.

Ma il ventisette dicembre Guglielmo di Carcaci mi invia un messaggio. « Stai attento », dice il biglietto, « perché in questi giorni le zone dell’Etna e quelle di Catania pullulano di soldati. Ci sono molti movimenti strani ».

Il giorno dopo, il ventotto dicembre, un gruppo di contadini mi avverte che Caltagirone è diventato un vero e proprio presidio e che ci sono anche dei carri armati. La mattina del 29 dicembre, all’alba, raggiungo la sommità di Piano della Fiera dove c’era il nostro accampamento. La zona è quasi tutta circondata dalla nebbia.

I giri d’orizzonte col binocolo non dicono gran che. Poi, alle sei e mezzo, arriva la prima bordata di mortai. La battaglia era già iniziata. Noi, come dicevo, eravamo una sessantina in tutto, compreso un gruppo di briganti che durante la notte si era avvicinato al nostro accampamento per rifocillarsi. Inoltre mancava la pattuglia di cinque uomini che la notte precedente era stata mandata in avanscoperta.

Non appena si dirada la nebbia, affiora chiara, in me e poi negli altri, la sensazione che era arrivata la nostra ultima ora. L’accerchiamento nei nostri confronti era già stato effettuato. Ma, convinto che la guerra sarebbe dovuta continuare anche dopo di me, operai in modo di impegnare le truppe e di fare sganciare il grosso dei miei uomini. Mentre io con cinque giovani, Amedeo Boni, Emanuele Diliberto, Filippo La Mela e due contadini, mi porto verso le truppe, carabinieri, polizia, soldati, per impegnarli frontalmente, e dar così modo al resto degli uomini di arretrare, ordino al resto della compagnia di sganciarsi e di abbandonare la zona.

La battaglia comincia a diventare aspra. Le truppe cercano di creare attorno a loro la terra bruciata. I cinquemila uomini, al comando dei cinque generali, cominciarono a sparare con una intensità inaudita: come se di fronte a loro avessero avuto un vero e proprio esercito. In effetti a questa « credenza » avevamo contribuito anche noi inviando al ministero degli Interni, nei mesi precedenti, rapporti, su carta intestata dell’Ispettorato generale di polizia, nei quali si drammatizzava enormemente la situazione e dove si parlava di basi, di ingente numero di armi e materiali.

I miei uomini operano lo sganciamento attorno alle due del pomeriggio. A quell’ora contro cinquemila uomini che, come scrissero più tardi i giornali, « sparano migliaia e migliaia di colpi » non c’ero che io e altri quattro. La bandiera giallo-rossa garriva al vento e più tardi, quando le truppe si avvicinano alla nostra postazione, è l’obiettivo principale dei tiratori. Verso le due e trenta del pomeriggio, sistemo un cecchino al mio fianco sinistro per impedire una sortita da parte delle truppe. Ma l’uomo, il giovane Diliberto di Palermo, commette un errore. Per raggiungere una posizione più avanzata si sposta e nel tragitto viene colpito a morte.

All’infernale fuoco delle truppe noi rispondiamo come possiamo con le nostre armi in dotazione: fucili, mitra e bombe a mano. Ormai sta per calare la sera e le nostre munizioni sono finite. Sembra che la morte non mi voglia. Una pallottola mi colpisce al petto ma è deviata da una medaglietta che tenevo nel taschino del giubbotto. Più tardi una raffica di mitra mi sfiora il fianco bucando il giaccone e lasciandomi indenne. Poi una fucilata mi sfiora all’altezza del cavallo dei pantaloni. Anche questa non mi colpisce. Un colpo mi porta via il berretto e mi colpisce lievissimamente alla testa.

È il momento in cui capisco che non c’è più niente da fare. Che l’unica cosa da fare è morire là sul quel pianoro, insieme con i miei amici, i miei uomini. Ordino a Boni e a La Mela di mollare e di arrendersi. Boni rifiuta di abbandonarmi e io glielo impongo. Resto solo. È allora che stacco la bomba a mano che tenevo legata alla cintura, tiro fuori la spoletta e me la butto tra i piedi nella speranza di saltare per aria.

La bomba non esplode.

Ormai è quasi sera. C’è un sibilo. E una bomba, una granata, esplode davanti a me. Il buio della morte arriva col buio della serata? Macché. Pochi minuti dopo mi risveglio. Accanto c’è un maresciallo dei carabinieri, il maresciallo Manzella, che, come saprò più tardi, mi aveva salvato la vita. Trovandomi infatti svenuto, il milite della pattuglia che mi aveva scoperto aveva già puntato il mitra contro di me e stava per lasciare partire una raffica quando intervenne il maresciallo dei carabinieri Manzella. E lui che puntando a sua volta il mitra contro l’uomo gli dice: « Se tiri contro quell’uomo ti ammazzo ».

Ma non ebbi molto a gioire, almeno per qualche tempo, di essere scampato alla morte. Ammanettato come un brigante, venni caricato su un camion e portato a Catania dove, immobilizzato ancora di più, mani e piedi, venni buttato dentro una cella, nella quale sono vissuto per due giorni senza bere e mangiare.

Quanto al resto dell’armata italiana, continuò a bombardare il Piano della Fiera fino all’indomani mattina alle sei. Il generale Fiumana, uno dei cinque generali che comandavano le truppe, incontrando più tardi mio padre gli tese la mano dicendo: « Ho avuto l’onore di stringere la mano a suo figlio ».

Così finì la guerra per l’indipendenza della Sicilia.

Onorevole Gallo, io le ho lasciato finora la parola in considerazione del fatto che lei non parla da trent’anni. Ora però è venuto il momento delle domande. E la prima domanda è questa: chi finanziò realmente il MIS?

Nessuno, mi creda. Sull’indipendentismo siciliano sono state dette, tra le altre cose, due grosse infamità: che fosse stato finanziato dagli americani e che gli indipendentisti siciliani operassero per fare diventare la Sicilia la « quarantanovesima stella degli Stati Uniti ». Due infamità.

Nessuno ci diede un soldo. Armi ed equipaggiamenti venivano acquistati con i nostri mezzi. Io per esempio, per mantenere l’EVIS sui Piani della Fiera, nei pressi di Caltagirone, vendevo l’olio che si produceva in una proprietà di mia moglie. Subito dopo la battaglia del 29 dicembre 1945, nella proprietà di mia moglie a San Mauro, le forze armate di polizia trovarono venticinque quintali di olio e se lo portarono via. Nessuno ne seppe mai niente.

Quanto al « Movimento per la quarantanovesima stella degli Stati Uniti », quello fu qualcosa di diverso dal MIS. Fu un organismo creato da due tizi che ebbero persino la spudoratezza di presentarsi al nostro primo congresso di Taormina e che vennero letteralmente buttati fuori. Tra l’altro uno di questi due era un tipo abbastanza originale. Tanto per dirne una, teneva comizi per tutti i partiti. Bastava che lo pagassero e lui parlava in piazza. Non importa per chi. Questa della quarantanovesima stella fu un’infamità sulla quale giocò molto, successivamente, il governo centrale e soprattutto Scelba, ministro degli Interni, per screditarci agli occhi dei siciliani.

Però, onorevole, il Movimento ebbe l’appoggio degli alleati. E dell’America in particolare. Ci furono accordi in questo senso, che lei sappia?

Io non so se ci siano stati accordi. So che se ci fossero stati accordi Andrea Finocchiaro Aprile me lo avrebbe detto: allora o più tardi. Le ho riferito l’episodio di Palermo con l’uomo dell’Intelligence Service e le ho raccontato come uscii da Catania vestito da commodoro americano in una macchina americana accanto all’ammiraglio. Quello che posso supporre è questo. Ed è ovvio: per avere una base popolare in Sicilia durante lo sbarco, gli americani solleticarono la vanità dei siciliani lasciando intendere, anche con i fatti, tipo referendum, che un giorno gli USA avrebbero potuto operare per l’indipendenza della Sicilia. Atteggiamento che continuarono a tenere anche dopo la conquista dell’Italia del Nord. Quando a Yalta si spartiscono il mondo e quando il governo italiano li rassicura della sua fedeltà all’Occidente, allora mollano ogni cosa. E così che gli americani si ritirano e ci lasciano al nostro destino.

Ma la mafia, onorevole, la mafia vi appoggiò?

Anche sul ruolo della mafia si è sempre detto molto a sproposito. Dopo il fascismo, riprende in Sicilia la vita politica. E la vita politica siciliana è, come si può capire, in gran parte impregnata di mafia. Era così con Vittorio Emanuele Orlando ed è stato così anche dopo. La mafia, dunque, mortificata dal fascismo, riprende vita con la liberazione. I capi mafiosi si guardano attorno e capiscono che in quel momento c’è un solo partito vincente: il MIS. Il MIS ha le simpatie della popolazione; il MIS ha le simpatie degli alleati; il MIS ha molte probabilità di conquistare il potere. Ecco perché la mafia, con in testa Calò Vizzini, entra in massa nel MIS. Calogero Vizzini andrà addirittura in giro con la Trinacria all’occhiello anche dopo la fine del MIS per farsi passare come perseguitato politico. Ma la mafia, che comincia ad avere i suoi collegamenti con il Nord, capisce subito che il MIS non ha alcuna prospettiva a lunga scadenza. E quando all’inizio del 1946 si profila il referendum istituzionale, la mafia è in gran parte fuori dal MIS. Si è ormai piazzata in un certo partito, in alcuni partiti, ma in particolare, dove sa di avere molte probabilità di vittoria. Ormai, infatti, sono arrivati gli alti commissari; è arrivato il potere insieme con il quale la mafia può operare.

Io oggi dico questo: che nel secondo periodo dell’EVIS la mafia contrastò anziché favorire il separatismo. E non per una questione ideale, per un motivo tattico-strategico. La mafia aveva forti agganci con tutte le bande armate che operavano sulle montagne siciliane. E chiaro che tutti i sequestri, i furti e le rapine avvenivano in Sicilia sotto il manto protettore della mafia. Ma quando gli uomini dell’EVIS salirono sulle montagne, briganti e banditi dovettero fare i conti anche con quegli uomini. L’EVIS aveva bisogno di tranquillità per operare e per organizzarsi come esercito clandestino. E le scorrerie dei briganti, alle quali seguivano i rastrellamenti della polizia, non erano l’ideale.

Allora si decise di fare patti chiari con i banditi. Li cercai ovunque e dissi loro chiaro e duramente: «Qui agisce l’EVIS. E necessario, dunque, che voi non operiate in queste zone ». Alcuni capirono l’antifona a volo e si squagliarono. Altri invece, come i fratelli Franco, non ne vollero sentire e allora si diede mano alle armi. Un giorno rimasero sul terreno tre banditi, proprio della banda Franco. I giornali, l’indomani, pubblicarono che erano stati ammazzati dai carabinieri. Non era vero. Ma a noi andava bene anche così.

Questo per dirle che collusioni tra noi e banditi non ce ne furono. Anche perché, fatta eccezione per Giuliano, tutti gli altri erano tagliaborse e grassatori. Rapinavano anche per un paio di scarpe e per dieci lire. Giuliano no, Giuliano era diverso. Giuliano, tutto sommato, aveva una sua « morale ». Ricordo quando uno della sua banda fece una estorsione a suo nome senza che lui ne sapesse niente. Venuto a conoscenza della cosa, Giuliano lo attese e l’ammazzò. Quando arrivarono i carabinieri per portare via il cadavere, uscì da dietro un muro Giuliano col mitra spianato e disse loro: « Lasciatelo là. E un cane e merita di essere mangiato dai cani ».

No, no, mi spiace sfatare una leggenda, non avemmo alcun appoggio dalla mafia. Anzi, proprio perché io operavo in quel modo sbrigativo contro banditi e briganti presso i quali avevo conquistato un indubbio prestigio, un giorno mi mandò a chiamare don Calò Vizzini a Palermo.

« Ma che fai », mi disse non appena mi vide. Risposi « Faccio quello che debbo fare ». E lui: « Stai attento perché uno di questi giorni ci potrai lasciare la pelle. Stai attento ». La mia forza e il mio prestigio in montagna crescevano, e i vari don Calò non gradivano tutto ciò che sminuiva la loro forza.

Ecco quali erano i nostri rapporti con la mafia. Ripeto, all’inizio, è vero, entrarono in massa nel MIS. Ma quando capirono che noi il potere non lo avremmo mai conquistato si squagliarono e finirono negli altri partiti. E guardi, la sensazione della fuga dei mafiosi io l’ebbi alla vigilia del referendum, nel 1946, quando un rapporto della polizia di Palermo informava il Ministero dell’Interno che « si poteva stare tranquilli perché la mafia aveva abbandonato il MIS ». E il referendum confermò poco dopo: noi avemmo solo quattro deputati alla Costituente. Se avessimo avuto dietro la mafia ne avremmo portati quaranta.

Onorevole Gallo è ormai pacifico che Lucky Luciano « operò » per la liberazione della Sicilia. Lavorò anche per l’indipendentismo?

A me personalmente questo non risulta. Io ho conosciuto Luciano, a Napoli, nel 1948, al rientro da un mio viaggio negli USA. Passammo una serata insieme. Lo rividi più tardi, con grande disappunto del questore di Catania che si indignò e volle conto e ragione.

Ripeto, vidi parecchie volte Luciano. Gli chiesi anche di quella famosa circostanza di cui parlano tutti: l’accordo con don Calò Vizzini, il fazzoletto con la lettera L buttato a Corleone da un aereo americano prima dello sbarco degli alleati. Non mi disse niente di preciso, come era nel suo carattere.

Si schermiva: « Eh, eh, dicono, dicono. Dicono tante cose. Lasciali dire ». E chiuse l’argomento. Quanto al MIS, le posso dire che con Luciano non ebbe mai nulla a che vedere.

Onorevole Gallo, la domanda che segue riguarda una circostanza di importanza notevole per gli storici. Solo lei può avvalorarla. se è vero. E vero che lei ebbe contatti con i Savoia? È vero che prima del referendum, e in previsione di una loro sconfitta, i Savoia si preparavano a riconquistare l’Italia partendo dalla Sicilia?

Con i Savoia io non ebbi contatti. Con altri sì. Anche se questi altri oggi negano la circostanza. Ci furono due episodi ben distinti. Il primo avvenne durante la clandestinità. Un giorno Lucio Tasca mi avverte che ci sono due signori « desiderosi di vedermi ». Uno era l’avvocato Anselmo Crisatulli di Messina e l’altro un generale proveniente da Roma. Dico a Tasca: « Che cosa vogliono? ». Dice: «Vengono da Roma e li manda Umberto di Savoia ». Rispondo a Tasca: « Allora, proprio perché vengono da Roma e proprio perché li manda Umberto di Savoia, non possono essere altro che dei mentitori ».

E non li vidi.

L’altro episodio è molto più importante. Mi trovavo in carcere a Palermo. Siamo già nel 1946, alla vigilia del referendum istituzionale. Vivevo nel mio più assoluto isolamento. Non mi si permetteva di vedere nessuno. Un giorno mi annunciano delle visite. « Gli avvocati difensori », dicono.

Vado in parlatorio e trovo l’avvocato Antonino Varvaro che passerà tra le file comuniste, Sirio Rossi, indipendentista, socialista, l’uomo che mi aveva ospitato a Palermo alla vigilia della mia investitura a comandante dell’EVIS. E un altro signore che mi viene presentato come il generale Schiavo Campo, aiutante di campo di Umberto di Savoia.

Tasca mi dice che il generale era venuto da Roma per sapere da me una cosa: se, una volta uscito dal carcere, io fossi stato disposto ad assumere il comando di uno schieramento rivoluzionario in favore dei Savoia. Si impegnavano a farmi evadere subito.

Mia risposta: « Fino a oggi voi, con la vostra divisione Sabauda, ci avete massacrato. Datemi un argomento, uno solo, ideale e politico, perché io mi possa schierare con voi. Grazie, signori ». E mi ritirai.

Insomma Umberto di Savoia avrebbe voluto creare nel Sud un’armata, un esercito clandestino per fare in Sicilia quello che i Borboni avevano fatto cent’anni prima nel Napoletano: ricreare il fenomeno del brigantaggio?

No, assolutamente. Dall’atteggiamento di Schiavo Campo io capii che qualcuno servendosi del nome dei Savoia voleva creare un esercito clandestino affidandomene per un certo periodo il comando e speculando sul mio nome; un esercito clandestino che avrebbe dovuto, combattendo, riconquistare quell’Italia che poi i Savoia perderanno col referendum. In sostanza, questi signori avevano capito che Umberto stava per perdere il regno. In previsione di questo si cercava di organizzare un esercito per riconquistare il paese con le armi. Tutto qui. Certo, ora, quelli che erano presenti a quella riunione magari negano che sia avvenuta. Ma i fatti sono come li ho raccontati io.

Onorevole Gallo, quali furono, sul piano politico, i risultati di quella guerra?

Senza dubbio l’autonomia siciliana, il cui statuto recepì le idee, i propositi che animarono i primi documenti degli indipendentisti. Anche oggi, a tanti anni di distanza, di quello statuto svuotato anno dopo anno dai parlamentari, non c’è più niente. Luigi Einaudi, ministro del Tesoro, si battè alla Costituente perché lo statuto speciale per la Sicilia non venisse varato. Si sforzò di far comprendere che inserendolo, come avvenne, sic et simpliciter nella Costituzione dello Stato si sarebbe dato ai siciliani uno strumento formidabile: « Più che l’indipendenza », disse. I siciliani, solo con l’articolo 40 dello statuto, avrebbero- in pochi anni potuto batter moneta propria che avrebbe fatto aggio sulla lira! « State attenti a quello che andate ad approvare! » Ed aveva ragione quel grande studioso. Dal punto di vista italiano egli aveva perfettamente valutato la forza della conquista del popolo siciliano.

Ma l’eco della battaglia di S. Mauro non era ancor spenta e la paura di riaccendere la fiamma dell’indipendentismo spinse il governo De Gasperi ad imporre il coordinamento dello statuto siciliano con la Costituzione dello Stato. I tempi hanno dato torto allo studioso Einaudi e ragione agli esponenti del tradimento, del falso e del sopruso. De Gasperi cioè sapeva di poter contare sui deputati regionali, i quali sono i maggiori responsabili della mancata applicazione dello statuto, e che hanno solo creato a Palermo la sede di riunione dei galoppini elettorali dei deputati nazionali. Una fonte inesauribile di combriccole elettorali attraverso la creazione di innumerevoli enti e sottoenti, mangiatoie di svariata grandezza, serbatoio di miliardi sperperati e male impiegati.

Nella prima legislatura, sotto lo stimolo dei 9 deputati indipendentisti, si gettarono le basi della rinascita. L’attuazione dell’art. 38 (fondo di solidarietà), il cui merito va all’indipendentista onorevole Attilio Castrogiovanni, che, quale presidente della commissione di finanza e giunta del bilancio lo sostenne e lo volle, fu il primo atto del valore di una grande conquista. Poi, a partire dalla Ia legislatura, assenti gli indipendentisti, comincia il rovinoso declino. Si accettano supinamente tutti i colpi che vengono vibrati da Roma. Si abolisce con un semplice trucco l’Alta Corte per la Sicilia. In una parola si svuota lo statuto dei suoi contenuti essenziali, riducendo l’autonomia, come ebbe a dire Finocchiaro Aprile, a una « ignobile agenzia » del potere centrale. Ma tutto è possibile… all’italiana.

Ma i deputati regionali qualcosa l’hanno pure fatta.

Sì, qualcosa di molto utile. Ma per loro.

Concetto Gallo Comizio del MIS in Piazza Politeama a Palermo

 

 

 

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